Hugo Cabret

La storia è ambientata a Parigi ed è quasi tutta incentrata all’interno della stazione ferroviaria, che sembra grande come una città,con le sue regole, i suoi negozi, le sue storie d’amore e gli infiniti orologi, importantissimi in un posto dove anche solo due minuti di ritardo possono cambiarti la giornata.

Il periodo storico è un pò lontano dalla nostra tecnologia digitale e computerizzata, quindi tutti gli orologi devono essere costantemente controllati, caricati e lubrificati da qualcuno. In questa storia il compito spetta al piccolo Hugo Cabret (Asa Butterfield), rimasto orfano prima di madre e poi anche di padre, che non mancò di trasmettergli la sua passione di orologiaio.

Un giorno il padre portò a casa un giocattolo automa, trovato al museo e che nessuno voleva perché rotto e diventò il loro passatempo preferito cercare i pezzi mancanti per farlo funzionare. Quando il padre morì in un incendio, Hugo fu affidato allo zio che era uno stolto ubriacone, ma come il fratello amava gli orologi, infatti insegnò al piccolo ad occuparsi di quelli della stazione. Era tutto il suo mondo, dall’alto, ben nascosto, vedeva tutto ciò che accadeva in quella specie di piccola città, ovviamente non si separò dall’automa e cercava pezzi d’ingranaggio in ogni dove. Ma anche se fosse riuscito ad aggiustarlo mancava la chiave per farlo funzionare …

Martin Scorsese con questo film non manca di farti sognare, d’incantarti, anche grazie alla presenza dei due bambini protagonisti (Asa Butterfield e Chloë Moretz), tral’altro ottimi interpreti. La storia inizia a traballare e forse ad annoiare verso la fine, oppure, volendola vedere in un altro modo, la parte finale non fa sognare come il resto del film. Ma lo scrivo per dovere di cronaca, e rimane sempre una mia impressione che non mi fa cambiare idea sulla bellezza globale di un film che a naso, diventerà un cult!

Piccola nota: mi è piaciuta molto l’interpretazione di Sacha Baron Cohen ( il capo stazione).